Riflessioni sul problema rom

Per scrivere questo post, soprattutto in questi tempi, dovrei fare una premessa in un altro post. Questo non vuole aizzare flame o accuse di essere comunista, fascista, stalinista o che altro. Conosco benissimo l’origine di questi termini (avendoli studiati per bene) e quindi non ho bisogno di lezioni da chiunque altro su pagine di storia dell’umanità.

Leggo e seguo molto meticolosamente il problema rom che in questo momento molte città d’Italia hanno, Milano, Roma e Genova su tutti. Da quanto ho capito, senza riassumere il tutto, il “problema” sta nel “dove posizionare” i rom nell’urbanistica cittadina, visto che molti quartieri non accettano di avere l’accampamento rom sotto casa o nei parcheggi adiacenti condomini (come il caso a Genova della Sciorba o di San Desiderio, oppure come la baraccopoli della Foce di fanciullesca memoria). Facciamo un salto nel tempo, alle origini della storia dei rom. Col termine “rom” si designa una popolazione di lingua indoeuropea che si staccò dall’India verso l’XI secolo e arrivò in Europa attraverso l’Asia Minore, sparpagliandosi un pò in tutta Europa lungo i secoli (similmente alla diaspora ebraica). I Rom, da non confondersi con i rumeni (di origini mediterranee e slave come etnia) o con gli stessi slavi meridionali (croati, serbi, sloveni, bosniaci, erzegovini, montenegrini e kosovari, macedoni e pure i greci, per 1/4 di sangue), hanno nel loro “DNA” il nomadismo, ovvero si autodefiniscono un popolo nomade, quindi in eterno movimento.

Madre rom col bambino

La loro caratteristica nomade è stata salvaguardata dall’Unione Europea, dando a quelli che si definivano “rom” una serie di leggi speciali per salvaguardare la loro culturae il loro essere “nomadi” (agevolazioni alle frontiere dell’Unione, finanziamenti, etc…). Molti comuni italiani, tra cui quello di Genova, aiutano i Rom con una serie di “buoni benzina” e con assegni mensili, in modo da aiutarli nella “permanenza” in città. Peccato che, per fare un esempio, i nomadi da noi della Foce sono presenti da quasi 20 anni. E, dichiarandosi rom, vogliono avere ancora di più, come case popolari (invece da destinare a famiglie disagiate italiane ed extracomunitarie, molto più bisognose). Ma se vogliono una casa, casa costruita di mattoni, con tutti i confort di tutte le case popolari che possano offrire, non diventano automaticamente sedentari e quindi perdono la loro caratteristica transimante? Cioè, da popolo nomade (con tutti i benefici del caso), non diventano popolo sedentario (come la quasi totalità dei popoli della Terra) e quindi in teoria perdono lo stato di “Rom” e diventano extracomunitari a tutti gli effetti? Secondo me sta qui il punto cardine del problema rom: se vogliono mantenere il loro carattere nomade, benissimo, niente da dire, ma lo devono seguire, quindi ogni mese spostarsi di città in città, come prevede la legge. Se vogliono diventare sedentari, beh, nessun problema, ma si devono cercare un lavoro come tutti i cristiani (e non) e sottostare ai doveri dello stato, volenti o nolenti, perdendo il loro status.

Mi sembra semplice, no?


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