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Scipione Cicala, un genovese Pascià

Nessuno o quasi conosce la storia di Scipione Cicala (1552-1605), genovese di nascita e successivamente arrivato persino alla carica di Gran Visir (la tenne solo per 40 giorni, dal 27 ottobre 1596 al 5 dicembre 1696) durante il sultanato di Mehmet III (1595-1603).

Scipione Cicala

Figlio di un corsaro, Vincenzo Cicala, che servì anche sotto Andrea Doria con la qualifica di capitano, venne catturato con suo padre durante la battaglia di Djerba e venne portato a Costantinopoli. Mentre suo padre venne liberato subito (e morì subito dopo mentre, passato da Pera, tentò di raggiungere Messina), il nostro venne ancora trattenuto. Gli fu posta l’alternativa di essere messo a morte oppure di abiurare il Cristianesimo e di abbracciare l’Islam, così entrando nel corpo dei Giannizzeri. Lui scelse la seconda.

In questo modo la sua vita ricominciò col nome di Cığalazade Yusuf Sinan Paşa (oppure Cağaloğlu Yusuf Sinan Kapudan Paşa) e l’addestramento nel corpo dei Giannizzeri.

Dopo l’addestramento al servizio dell’Impero, Scipione Cicala fu adibito al Palazzo Imperiale, raggiungendo in breve tempo il rango di silahtar. Per qualche tempo si vociferò che alla rapidissima ascesa del convertito italiano non fosse estranea la sua straordinaria bellezza, che aveva “fatto colpo” sull’imperatore Süleyman il Magnifico (ovvero Solimano II); la cosa rimase però allo stato di voci. Certo è che Solimano II lo ebbe in grazia, concedendogli come spose due sue nipoti (la prima nel 1573 e la seconda nel 1576); si trovò a godere di grande ricchezza, di un incarico di prestigio e della protezione presso la Sublime Porta.

Nel 1575 divenne ağa dei Giannizzeri, mantenendo tale carica fino al 1578. In seguito svolse servizio attivo nella lunga guerra tra l’Impero Ottomano e la Persia (1578-1590). Fu nominato beylerbey (governatore generale) di Van nel 1583 e, nello stesso anno, assunse il comando della grande fortezza strategica di Erevan, in Armenia, che gli comportò la nomina a Visir. Sempre come beylerbey di Van svolse un ruolo di primo piano nella campagna militare contro la città persiana di Tabriz (1585). Nel 1586 viene nominato beylerbey di Bayazıt e combatte con successo nella Persia occidentale durante gli ultimi anni della guerra, conquistando le città di Nihavand e Hamadan e facendole annettere all’Impero Ottomano.

Dopo la pace del 1590, Scipione Cicala viene nominato beylerbey di Erzürüm. Nel 1591 viene nominato Kapudan Paşa, vale a dire Grand’Ammiraglio della flotta Ottomana (il termine Kapudan, reso talvolta in italiano come Capuàn di Mare, deriva dall’italiano capitano). È a questo punto che aggiunge al suo titolo la denominazione di Sinan, cioè “genovese” (dal nome ottomano di Genova, Sina, derivato direttamente da Zena -ricordiamo che la colonia genovese a Costantinopoli era molto antica, insediata nel quartiere di Galata), che dovrebbe testimoniare senza alcun dubbio le sue vere origini. Scipione Cicala mantiene tale carica fino al 1595, quando sotto il granvisirato di Koca Paşa viene promosso Quarto Visir.

Scipione Cicala ha doti militari non comuni; viene posto a capo anche di una flotta corsara che, nel 1594- 1595, compie numerose e violente incursioni nell’Italia meridionale, particolarmente in Calabria; Soverato, Cirò Marina e la stessa Reggio vengono messe a ferro e fuoco, e ancora adesso è nota la strofa popolare riportata in citazione all’inizio. Da qui Scipione Cigala, oramai Cağaloğlu Yusuf Sinan Kapudan Paşa (Cağaloğlu è formato su Cağal -pron. giaàl-resa turca di “Cicala” o “Cigala”- e oğlu “figlio di”) oppure Cığalazade Yusuf Sinan Paşa (ove -zade è suffisso persiano sempre dal significato di “figlio di”) si sposta in Ungheria. A quell’epoca l’Impero Ottomano è in guerra contro l’Austria, e Cicala viene nominato Terzo Visir ed accompagna il sultano Maometto III nella campagna del 1596. Nel settembre dello stesso anno conquista la fortezza di Hatvan, ed è presente al successivo e vittorioso assedio della città di Eger e alla battaglia di Mező-Kerésztes (in ottobre). Prende quindi parte all’assalto finale, che dopo un inizio disastroso si volge in un’inaspettata e grande vittoria per gli Ottomani. In ricompensa per i suoi servigi, viene nominato Gran Visir il 27 ottobre 1596.

Scipione Cicala si rivela un Gran Visir fin troppo energico. Usa le maniere forti per ristabilire la disciplina tra le truppe Ottomane, poi interviene con durezza contro i Tartari di Crimea, che si erano sollevati, provocando un notevole malcontento. Quel che più conta, buona parte della corte, favorevole al ritorno al granvisirato di Damat İbrahim Paşa, trama contro di lui, e con successo. Dopo soli 40 giorni di carica, Scipione Cicala viene deposto il 5 dicembre 1596.

Dal dicembre 1597 al gennaio 1598 torna alla carica di beylerbey a Damasco; nel maggio 1599 viene nominato Kapudan Paşa per la seconda volta e viene di nuovo inviato in Italia al comando di una flotta corsara. Nel 1602 la sua meta è di nuovo la Calabria. La città di Reggio è in preda alle ostilità intestine tra i Melissari e i Monsolini, con morti e feriti; il capitano turco-genovese intende approfittarne per impadronirsene. Al momento dell’incursione, però, la flotta turca viene fatta oggetto di un fitto ed inaspettato cannoneggiamento, e Scipione Cicala viene costretto a recedere nella rada di Motta, dove sbarca ed attende tempi migliori per marciare su Reggio. Ad un certo punto, tenta la conquista attraverso uno stratagemma: prende uno dei suoi soldati, un sardo di bassissima statura anch’esso a suo tempo catturato in una scorreria, e lo traveste da soldato spagnolo. Il sardo viene, per la sua minuscola statura, introdotto nei cunicoli che conducono alla rocca, per aprirne le porte; ma vi rimane incastrato. Visto l’insuccesso dello stratagemma, il Cicala tenta l’azione di forza con 3000 uomini che vengono fronteggiati da 1000 reggini, tra cui 400 uomini condotti da Gerolamo Musitano, che lo sconfiggono a Sant’Agata.

Nel 1604 assume il comando del fronte occidentale, dov’era scoppiata una nuova guerra tra gli Ottomani e i Persiani. La sua campagna del 1605 fu disastrosa: le forze da lui guidate contro Tabriz subirono una disfatta presso il lago Urmiya, e Cicala dovette ritirarsi verso la fortezza di Van, e poi in direzione di Diyarbakir. Morì nel corso di questa ritirata nel dicembre 1605. Altre fonti vogliono però che sia morto in Podolia.

Da Cağaloğlu, uno dei nomi turchi di Scipione Cicala, prese nome un intero quartiere di İstanbul che ancora si chiama così ai nostri giorni. Il quartiere è stato noto per essere una sorta di Fleet Street, essendo sede di molti giornali e pubblicazioni e quindi “cuore della stampa”. Scipione Cicala vi si era costruito un palazzo e un bagno turco (hammam), che fu ricostruito nel 1741. Ancora oggi lo si può ammirare.

Non c’è dubbio che fu una personalità originale, intensa ma figlia del suo tempo. Non rinnegò mai le sue origini genovesi e mantenne in corpore tutte le sue abilità marinare tipiche di un uomo della sua levatura.

La particolarità di Scipione Cicala ai nostri giorni che, oltre ad essere il tema di una canzone di De André (Sinùn Capudàn Pascià) e la mancanza evidente di studi su di lui e sulle sue gesta. Mancano proprio riferimenti accademici a questo uomo che, seppur poi diventato turco, rimase sempre un genovese al di fuori della Superba, uno dei tanti dell’Impero dei Genovesi.


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